Terremoto in Giappone, scossa di magnitudo 7.1 a Kumamoto: è il livello massimo della scala Shindo

Sisma di magnitudo 7.1 a Kumamoto, in Giappone: livello 7 della scala Shindo, allerta tsunami revocata, 50 feriti e crolli. Cosa è successo.

28 luglio 2026 12:54
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Alle 16:27 ora locale di martedì 28 luglio, le 9:27 in Italia, la terra ha tremato nel sud del Giappone con un'intensità che l'Agenzia meteorologica nazionale non registrava da mesi. Il sisma ha colpito la prefettura di Kumamoto, sull'isola di Kyushu, con una magnitudo di 7.1 e ipocentro a dieci chilometri di profondità. Quella profondità non è un dettaglio tecnico marginale: più un terremoto è superficiale, più l'energia si scarica in modo diretto sul terreno e sulle strutture soprastanti, e questo spiega buona parte della violenza con cui la scossa è stata avvertita dalla popolazione.

La Japan Meteorological Agency ha classificato l'evento al livello 7 della scala Shindo, il massimo grado previsto dal sistema giapponese di misurazione dell'intensità sismica. Pochi minuti dopo, l'agenzia ha emesso un allarme tsunami con la previsione di onde alte fino a un metro, invitando chi si trovava vicino a coste, fiumi o laghi a spostarsi immediatamente verso zone più elevate.

La cronaca delle prime ore

L'allerta riguardava in particolare la baia di Ariake, sulla costa occidentale di Kumamoto, a circa 900 chilometri a sud ovest di Tokyo, ma si estendeva anche alle regioni di Nagasaki orientale, Fukuoka meridionale e Saga meridionale. Il governo ha diramato avvisi per sette prefetture dell'isola di Kyushu: Kumamoto, Nagasaki, Kagoshima, Fukuoka, Saga, Oita e Miyazaki.

La premier Sanae Takaichi ha parlato alla nazione poche ore dopo la scossa, in un intervento che ha fissato i contorni del bilancio provvisorio. Ha dichiarato di essere ancora in fase di valutazione sull'entità dei feriti e dei danni materiali, precisando però che le segnalazioni di persone ferite erano già numerose. Nel suo intervento ha citato interruzioni di corrente e incendi in alcune aree, strade e ponti danneggiati, edifici crollati.

Secondo l'emittente pubblica NHK, almeno cinquanta persone sono state ricoverate in ospedale. È stato inoltre segnalato il crollo di dodici abitazioni, con quattro casi di persone rimaste intrappolate al loro interno. Circa 45.000 tra abitazioni e strutture risultano senza elettricità nella prefettura, secondo quanto comunicato da Kyushu Electric Power. Le squadre di soccorso stanno lavorando per raggiungere le zone più colpite, mentre le repliche continuano a farsi sentire lungo la costa occidentale dell'isola.

Magnitudo e scala Shindo: due misure diverse dello stesso evento

Chi segue le notizie sui terremoti giapponesi si imbatte spesso in due numeri che sembrano descrivere la stessa cosa e invece misurano fenomeni distinti. La magnitudo, in questo caso 7.1, quantifica l'energia rilasciata dalla frattura della crosta terrestre nel punto di origine del sisma. È un valore unico per ogni evento, calcolato sulla base delle onde sismiche registrate dai sismografi di tutto il mondo, e resta identico indipendentemente da dove si trovi l'osservatore.

La scala Shindo misura invece l'intensità con cui la scossa viene percepita in un luogo specifico. Va da 0 a 7, con i gradi 5 e 6 suddivisi ulteriormente in "debole" e "forte" per una descrizione più fine. Un terremoto di magnitudo elevata può generare valori Shindo molto diversi da una città all'altra: chi si trova vicino all'epicentro, su terreni alluvionali poco compatti, percepisce oscillazioni molto più violente di chi abita a cento chilometri di distanza su substrato roccioso. Il livello 7, quello registrato in questa occasione, descrive scenari in cui è impossibile restare in piedi senza aggrapparsi a qualcosa, i mobili non fissati si spostano o si ribaltano, e gli edifici privi di adeguamento antisismico rischiano il collasso strutturale.

Immagini delle telecamere durante il terremoto Giappone 28/07/2026
NHK

Perché il Giappone usa un sistema proprio

La scala Shindo è nata da un'esigenza operativa. In un paese dove le scosse sono all'ordine del giorno, la sola magnitudo non basta a guidare le decisioni della protezione civile. Sapere che l'intensità in una determinata municipalità ha raggiunto il livello 6 forte permette alle autorità locali di attivare protocolli specifici di verifica strutturale su scuole, ospedali ed edifici pubblici, mentre un livello 4 richiede interventi molto più contenuti. Il sistema è pensato per l'azione immediata nelle prime ore, quando la classificazione scientifica dell'evento è ancora provvisoria e la rete di sensori distribuiti sul territorio fornisce l'unica fotografia affidabile di dove si concentrino i danni.

La rete giapponese conta oltre quattromila stazioni di misurazione dell'intensità sismica, un'infrastruttura che consente di produrre mappe dell'intensità percepita nel giro di un paio di minuti dalla scossa. È questa densità di misurazione, più ancora della sofisticazione dei modelli, a rendere il sistema di allerta giapponese uno dei più rapidi al mondo.

L'allerta tsunami e la sua revoca

L'allarme tsunami è rimasto attivo per circa due ore, prima di essere rimosso dal sito ufficiale della Japan Meteorological Agency. Nel frattempo l'agenzia aveva comunicato che non era stata osservata alcuna attività anomala lungo le coste interessate. La procedura rientra negli standard operativi giapponesi: dopo un sisma di magnitudo superiore a 7 con ipocentro superficiale, l'allerta viene emessa in via precauzionale entro pochi minuti e mantenuta finché i mareografi costieri non confermano l'assenza di variazioni significative del livello del mare.

Il Centro di allerta tsunami del Pacifico degli Stati Uniti ha confermato che non sussisteva alcun rischio al di fuori delle acque territoriali giapponesi, un'informazione che ha permesso di circoscrivere rapidamente la portata dell'emergenza alle sole prefetture di Kyushu. La differenza tra un'allerta locale e un'allerta di bacino sta nella geometria della faglia: un sisma crostale relativamente superficiale sotto terra, come quello di Kumamoto, sposta volumi d'acqua molto inferiori rispetto a un evento di subduzione al largo, dove il fondale si solleva su fronti di centinaia di chilometri.

Nessuna anomalia negli impianti nucleari dell'area

L'Autorità di regolamentazione nucleare del Giappone ha dichiarato che non sono state riscontrate anomalie immediate nelle centrali della regione. Kyushu Electric Power ha confermato che i tre reattori operativi nell'area al momento del sisma hanno continuato a funzionare regolarmente.

Il tema non è secondario in un paese che dal 2011, dopo l'incidente di Fukushima Daiichi, ha rivisto in profondità gli standard di sicurezza sismica degli impianti nucleari. Le soglie di spegnimento automatico sono state abbassate, i sistemi di raffreddamento di emergenza resi ridondanti, e le procedure di verifica ripensate per scenari multipli in sequenza: scossa principale, perdita di alimentazione elettrica esterna e, dove il sito lo richiede, onde di tsunami. La tenuta degli impianti di Kyushu in questa occasione conferma, su questo specifico fronte, l'efficacia dei controlli automatici introdotti nell'ultimo decennio.

Un paese costruito sopra quattro placche tettoniche

Il Giappone poggia su quattro importanti placche tettoniche, lungo il margine occidentale della Cintura di Fuoco del Pacifico. L'arcipelago, che ospita circa 125 milioni di persone, registra tipicamente centinaia di scosse ogni anno e rappresenta all'incirca il 18% dei terremoti mondiali. La quasi totalità di questi eventi è di entità talmente lieve da passare inosservata, ma la densità sismica del territorio resta tra le più alte del pianeta, e ha plasmato in modo profondo l'ingegneria civile giapponese.

Le normative antisismiche del paese sono state riscritte in modo sostanziale dopo il terremoto di Kobe del 1995, che causò oltre 6.400 vittime e dimostrò la vulnerabilità di un intero patrimonio edilizio costruito secondo criteri precedenti. Da allora la distinzione tra edifici realizzati prima e dopo l'aggiornamento normativo del 1981 è diventata il principale predittore di danno nelle analisi post evento, e resta uno degli elementi che i tecnici verificano per primi quando entrano in un'area colpita.

I precedenti recenti

Kumamoto non è nuova a eventi di questa portata. Nel 2016 la stessa prefettura fu colpita da una sequenza sismica devastante: una scossa di magnitudo 6.5, seguita due giorni dopo da una di magnitudo 7.3, causò complessivamente 273 morti e oltre 2.800 feriti, con danni severi anche nella vicina prefettura di Oita e oltre 44.000 persone evacuate dalle proprie abitazioni. Il ricordo di quella sequenza, con la scossa principale preceduta da un forte evento premonitore, pesa ancora sulle procedure di allerta della regione, ed è tra le ragioni per cui le autorità restano particolarmente caute nelle ore successive a un sisma di questa magnitudo.

Il 2026 si è rivelato un anno particolarmente attivo sul fronte sismico giapponese. Un sisma di magnitudo 7.2 aveva già colpito il nord del paese il 25 giugno, senza causare vittime o danni rilevanti. Ancora prima, il 20 aprile, una scossa di magnitudo 7.7 aveva interessato la stessa area settentrionale, ferendo almeno dieci persone e facendo oscillare in modo percettibile i grattacieli di Tokyo. Quell'evento aveva spinto le autorità a emettere un avviso speciale che segnalava un rischio accresciuto di un terremoto di magnitudo 8.0 o superiore, uno scenario che gli enti di ricerca giapponesi monitorano da decenni come la minaccia sismica più severa per il paese.

Cosa succede nelle prossime ore

Dopo un evento di magnitudo 7.1 come quello di Kumamoto, il quadro atteso prevede una sequenza di repliche che può protrarsi per giorni, con scosse secondarie decrescenti in frequenza e intensità ma statisticamente più probabili nelle prime 24-48 ore. È in questa finestra che il rischio di crolli aggiuntivi negli edifici già indeboliti risulta più alto, motivo per cui le autorità locali continuano a raccomandare di non rientrare nelle strutture danneggiate anche quando appaiono superficialmente intatte.

La sequenza del 2016 resta il caso di studio più citato dai sismologi giapponesi proprio per questo: la scossa che si crede principale può rivelarsi un evento premonitore, e la distinzione tra le due categorie diventa certa soltanto a posteriori. Nessun modello sismologico oggi disponibile consente di stabilire, nelle ore immediatamente successive a un terremoto, se quello appena registrato sia il massimo della sequenza o il suo preludio.

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