Nuove analisi mineralogiche escludono il trasporto glaciale dei megaliti di Stonehenge.
Questo studio da credito all’ipotesi che le antiche popolazioni abbiano spostato le celebri bluestones manualmente per centinaia di chilometri. Lo studio, condotto dalla Curtin University, rappresenta uno dei contributi scientifici più solidi a favore dell’intervento umano nella costruzione del sito preistorico.
Da oltre un secolo, la questione dell’origine delle bluestones di Stonehenge ha diviso archeologi, geologi e storici. L’ipotesi dominante, sostenuta da molti studiosi fino a tempi recenti, suggeriva che i massicci blocchi litici, alcuni provenienti dal Galles e forse dalla Scozia, fossero stati trasportati sul sito da antichi ghiacciai durante l’ultima era glaciale. Una nuova ricerca pubblicata nel 2026 mette però in dubbio tale ricostruzione.
Il team della Curtin University ha utilizzato tecniche di tracciamento geochimico ad altissima risoluzione per verificare se i ghiacciai avessero mai raggiunto l’area della Salisbury Plain, dove si trova il celebre monumento megalitico.
Lo studio si è basato sull’analisi di oltre 500 cristalli di zircone, un minerale estremamente resistente e stabile nel tempo. Le particelle di zircone agiscono come “marcatori geologici” che conservano tracce dell’origine e del percorso dei sedimenti.
I campioni sono stati prelevati dai sedimenti fluviali delle aree limitrofe a Stonehenge. Se un ghiacciaio avesse trasportato i massi da regioni più settentrionali, le rocce in questione avrebbero inevitabilmente rilasciato nel suolo circostante frammenti mineralogici databili e geograficamente riconoscibili.
I risultati, secondo il dott. Anthony Clarke del gruppo Timescales of Mineral Systems della Curtin University, sono inequivocabili. L’analisi non ha rilevato alcuna traccia di zirconi riconducibili a trasporti glaciali provenienti da nord-ovest. I cristalli presenti nei sedimenti non mostrano età, composizione o provenienza compatibili con regioni come il Galles o la Scozia.
“Se i ghiacciai avessero trasportato le pietre a Stonehenge, avremmo trovato un’impronta mineralogica chiara. Ma non c’è nulla,” ha dichiarato Clarke.
Questa assenza rafforza la tesi secondo cui furono gruppi umani preistorici a spostare le bluestones attraverso una pianificazione logistica complessa e con mezzi ancora in fase di studio.
Anche se lo studio esclude il contributo glaciale, non chiarisce in modo definitivo come le pietre siano state effettivamente trasportate. Le principali ipotesi attualmente discusse includono:
Tuttavia, la mancanza di reperti archeologici diretti legati a queste modalità lascia il campo aperto alla ricerca. L’unica certezza, come ribadito dai ricercatori, è che il ghiaccio non ha avuto un ruolo attivo nel posizionamento dei megaliti.
Secondo il prof. Chris Kirkland, coautore dello studio, questo risultato dimostra come strumentazioni analitiche moderne possano contribuire in modo decisivo alla risoluzione di dibattiti storici.
L’utilizzo di analisi su scala sub-microscopica, come quelle effettuate sui cristalli di zircone tramite spettrometria di massa a plasma accoppiato (ICP-MS) o datazione U-Pb, permette di acquisire dati oggettivi e ripetibili su processi avvenuti decine di migliaia di anni fa.
Lo studio del 2026 si inserisce in una linea di ricerca più ampia, avviata con una scoperta del 2024 sempre a cura di Curtin, che identificò l’origine della “Altar Stone”, uno dei blocchi centrali di Stonehenge, in un sito roccioso della Scozia.
L’accumulo progressivo di evidenze indica che i costruttori neolitici selezionavano attivamente i materiali, li trasportavano per grandi distanze e li disponevano secondo schemi architettonici precisi, con finalità ancora oggetto di indagine.
Il successo dell’indagine si deve anche alla scelta dei minerali da analizzare. Lo zircone è uno dei pochi cristalli in grado di sopravvivere a processi geologici intensi, come erosione, trasporto sedimentario e metamorfismo.
Questa proprietà lo rende un veicolo ideale per la datazione isotopica e per l’identificazione delle aree di provenienza di materiali rocciosi. L’assenza di zirconi anomali nei pressi di Stonehenge è, di fatto, una prova negativa che ha permesso di confutare l’ipotesi glaciale con solidità scientifica.
Sebbene lo studio si concentri sull’aspetto geologico, i risultati acquisiti sollecitano nuove domande di carattere archeologico. Il trasporto intenzionale di megaliti per centinaia di chilometri richiedeva:
Le finalità della costruzione restano tuttora dibattute. Le principali interpretazioni ipotizzano un utilizzo cerimoniale, astronomico o legato a culti stagionali. La natura multifunzionale del sito rende necessario un approccio interdisciplinare che combini dati archeologici, paleoclimatici, astronomici e ora anche mineralogici.
I risultati ottenuti dal gruppo della Curtin University pongono le basi per ricerche future mirate a:
La combinazione di dati stratigrafici e mineralogici apre quindi una nuova frontiera nell’archeologia dei monumenti antichi.
Lo studio intitolato “Detrital zircon-apatite fingerprinting challenges glacial transport of Stonehenge’s megaliths”, pubblicato su Communications Earth and Environment, rappresenta uno dei risultati più rigorosi mai ottenuti sul sito di Stonehenge. Esso elimina uno dei principali scenari proposti e rafforza il ruolo dell’attività umana nella realizzazione di uno dei monumenti più iconici della preistoria europea.
L’approccio basato su microtracce geochimiche dimostra come l’archeologia scientifica possa beneficiare delle tecnologie più avanzate, contribuendo a ridefinire teorie consolidate e restituendo alla ricerca storica una precisione senza precedenti.