Sagrada Família, come si chiude il cantiere più lungo dell’architettura moderna
Pietra precompressa, prefabbricazione e modellazione 3D: come è stata completata in altezza la Sagrada Família e cosa resta da costruire dopo il 2026.
Il 10 giugno 2026, davanti a migliaia di persone e con la benedizione di papa Leone XIV, la Sagrada Família ha raggiunto la sua quota definitiva: 172,5 metri, misurati alla sommità della croce che corona la torre di Gesù Cristo. Per la cronaca religiosa e turistica si è trattato del coronamento di un sogno lungo centoquarant’anni. Per chi guarda agli edifici dal punto di vista di chi li costruisce, quel traguardo racconta qualcosa di più tecnico e, per certi versi, più sorprendente: un problema strutturale che Gaudí non aveva risolto, sciolto solo grazie a materiali e tecnologie che l’architetto non poteva immaginare.
Vale la pena ripercorrere il cantiere per quello che è stato davvero, ossia una delle sfide ingegneristiche più anomale del nostro tempo, condotta su un’opera iniziata nel 1882 e portata avanti senza interruzione attraverso guerre, crisi di finanziamenti e una pandemia.
Il problema che Gaudí lasciò aperto: fondazioni e peso delle torri
Il primo progetto della basilica, di impianto neogotico, portava la firma di Francisco de Paula del Villar e risaliva al 1882. Antoni Gaudí subentrò l’anno seguente e ne riscrisse completamente il linguaggio, immaginando diciotto torri, una struttura interna a colonne ramificate e una geometria fatta di superfici rigate. Le fondazioni, però, erano quelle pensate per un edificio diverso e molto più contenuto.
Gli studi condotti in epoca recente, prima di affrontare l’innalzamento delle sei torri centrali, hanno confermato un punto delicato: quelle fondazioni originarie non erano in grado di reggere il carico delle guglie più alte, a partire dalla torre di Gesù. Realizzare le ultime torri secondo i metodi tradizionali, in calcestruzzo rivestito di pietra, avrebbe sovraccaricato una struttura già esistente e mai concepita per simili pesi. Il nodo, quindi, non era estetico né simbolico. Era una questione di statica, di carichi e di capacità portante.
La pietra precompressa, la tecnica che ha sbloccato il completamento
La svolta arrivò attorno al 2014, quando la Fondazione della Sagrada Família coinvolse lo studio di ingegneria Arup con un obiettivo all’apparenza impossibile: completare circa il quaranta per cento dell’edificio in dieci anni. La risposta tecnica fu lo sviluppo di un sistema costruttivo basato su pannelli in pietra precompressa, impiegati come elemento strutturale primario.
Il principio è quello della precompressione applicata alla pietra. La pietra naturale lavora bene a compressione, mentre offre scarsa resistenza a trazione e tende a una rottura fragile, improvvisa, priva di deformazioni che la annuncino. Inserendo cavi di acciaio messi in tensione, i pannelli vengono “precompressi”, così da assorbire gli sforzi di trazione e comportarsi in modo prevedibile e sicuro. Il risultato è un componente che combina pietra e acciaio, copre grandi luci con spessori ridotti, resiste agli agenti atmosferici ed elimina il rischio di cedimenti improvvisi.
Questo approccio ha cambiato anche il modo di lavorare in cantiere. I blocchi, ciascuno di geometria unica, sono stati tagliati al laser sulla base di una modellazione tridimensionale e prefabbricati in officina, lontano dal tempio. Solo in un secondo momento gli elementi venivano trasportati e posati sul posto, livello per livello. Un metodo industriale, ordinato e ripetibile, applicato a un edificio che per più di un secolo era stato sinonimo di artigianato e improvvisazione di cantiere.
Come è cresciuta la torre di Gesù Cristo
La torre centrale è composta da dodici livelli di pannelli. La loro elevazione cominciò il 16 ottobre 2018 a quota 85 metri, dove la struttura preesistente terminava, e proseguì fino al posizionamento dell’ultimo pannello, completato il 4 dicembre 2024 a 142,5 metri. Per movimentare e collocare gli elementi è stata impiegata una gru alta oltre 200 metri, capace di incastrare i pannelli in pietra tesata con una precisione millimetrica.
All’interno del fusto corre un nucleo che ospita un ascensore vetrato e una scala a chiocciola che lo avvolge. Alla base del terminale della torre compaiono iscrizioni in ceramica bianca smaltata e mattoni, con la formula liturgica Tu solus Sanctus, tu solus Dominus, tu solus Altissimus. La posa dell’ultimo pannello ha completato l’insieme delle sei torri centrali, il gruppo più alto e impegnativo dell’intero complesso.
La croce: venti centimetri di spessore tra ceramica, vetro e calcestruzzo
L’elemento che chiude la torre è una croce tridimensionale a quattro bracci, alta circa 17 metri e larga 13,5. La sua costruzione è un piccolo manuale di tecnica dei materiali. La struttura interna è composta da nervature metalliche con riempimento in calcestruzzo ad altissime prestazioni, formulato appositamente per questo intervento. Il rivestimento esterno è in vetro e ceramica bianca smaltata, mentre all’interno è prevista una pietra traslucida. L’insieme è calibrato perché lo spessore complessivo, dallo strato ceramico esterno fino alla pietra interna, resti contenuto in soli venti centimetri, così da preservare una sensazione di leggerezza nonostante le dimensioni.
La croce è stata realizzata in Germania nel corso del 2025 e fatta arrivare a Barcellona suddivisa in moduli, poi pre-assemblati su una piattaforma di lavoro situata a 54 metri di altezza sopra la navata centrale. La ceramica, la struttura lapidea e le vetrate provengono invece da fabbriche e laboratori catalani. Il braccio superiore, l’ultimo pezzo (4,5 per 4,5 per 4,9 metri), è stato installato il 20 febbraio 2026, diventando il punto più elevato della basilica.
La “foresta di pietra” e la statica senza contrafforti
Per capire perché la torre di Gesù sia stata così impegnativa occorre guardare al sistema su cui poggia. L’interno della basilica è una selva di colonne che si ramificano verso l’alto come tronchi, suddividendosi in più branche prima di incontrare le volte. Non è una scelta puramente espressiva. Gaudí progettò quelle colonne, spesso a sezione variabile e con una doppia rotazione che ne modifica il profilo lungo l’altezza, per portare i carichi seguendo linee di forza inclinate, distribuendo il peso delle volte e delle torri verso il basso in modo più diretto.
La conseguenza ingegneristica è notevole. L’architetto eliminò i contrafforti e gli archi rampanti, gli elementi che nelle cattedrali gotiche servono a contrastare le spinte laterali delle volte. Li considerava una sorta di stampella, una correzione a posteriori di un sistema strutturale imperfetto. Le sue colonne inclinate e le volte a paraboloide riconducono le spinte all’interno della struttura, riducendo la necessità di sostegni esterni. È lo stesso principio che i suoi modelli funicolari, con i pesi appesi alle funi, gli permettevano di verificare in anticipo. Su questa impalcatura concettuale si innestano i pannelli in pietra precompressa delle torri, che traducono in chiave contemporanea la stessa ricerca di efficienza nel modo di reggere i carichi.
Dal modello appeso agli algoritmi: la geometria che permette la fabbricazione digitale
C’è un motivo per cui un edificio dell’Ottocento si presta in modo quasi naturale agli strumenti digitali contemporanei. Gaudí non disegnava forme arbitrarie. Costruiva la sua architettura a partire da superfici rigate, iperboloidi, paraboloidi, elicoidi e conoidi, geometrie generate dal movimento di rette e descrivibili con equazioni precise. Studiava il comportamento delle strutture con modelli fisici, sospendendo pesi a reti di funi per leggere, nella catenaria rovesciata, l’andamento ideale delle spinte.
Quel modo di progettare, basato su regole geometriche più che su capricci formali, si traduce con grande efficacia in linguaggio parametrico. Le superfici di Gaudí possono essere ricostruite al computer, ottimizzate e poi inviate alle macchine a controllo numerico che tagliano la pietra. La stampa tridimensionale di prototipi ha permesso di verificare nodi e incastri prima della lavorazione definitiva, mentre i rilievi fotogrammetrici hanno consentito di misurare con accuratezza lo stato di fatto e di programmare restauri e nuove parti. Diversi tecnici che hanno lavorato al completamento sostengono un paradosso solo apparente: le tecnologie odierne, lungi dall’allontanare il risultato dal disegno originario, hanno reso possibile un’esecuzione più aderente alle intenzioni di Gaudí di quanto sarebbe stato raggiungibile con i mezzi del suo tempo.
Curiosamente, lo stesso Gaudí aveva intuito la direzione. Nelle sue lavorazioni non escludeva la produzione seriale di componenti e l’assemblaggio di parti, una sorta di anticipazione della prefabbricazione e della costruzione a secco, e utilizzava materiali diversi, dalla pietra al calcestruzzo armato. Il cantiere di oggi, gestito con criteri industriali e digitali, porta a compimento quell’intuizione su scala monumentale.
Centoquarant’anni di lavori, ma la licenza edilizia è arrivata solo nel 2018
Tra le tante anomalie di questo cantiere ce n’è una che chiama in causa direttamente l’urbanistica e l’edilizia. Per gran parte della sua storia la Sagrada Família è stata costruita senza una licenza edilizia comunale. Gaudí non fu mai particolarmente attento agli adempimenti amministrativi, e il tempo, insieme alla statura simbolica dell’opera, ha consolidato una situazione di fatto.
La regolarizzazione è arrivata il 18 ottobre 2018, con un accordo definito storico tra il Patronato responsabile della costruzione e il Comune di Barcellona. In base all’intesa, la basilica si è impegnata a versare 36 milioni di euro in dieci anni, a partire dal 2019, destinati a trasporti, arredo urbano e sistemazione dell’area attorno al monumento, fortemente gravata dai flussi turistici. In cambio, l’amministrazione ha avviato le varianti al Plan General Metropolitano e il piano speciale urbanistico necessari a rendere finalmente legittimo il cantiere e a rilasciare i permessi per il completamento.
Da quell’accordo, però, è rimasto fuori il capitolo più spinoso, quello che ancora oggi tiene aperto il fronte amministrativo.
Il vero ostacolo non è strutturale: la scalinata della Facciata della Gloria
La parte della basilica in cui resta più lavoro da fare è la Facciata della Gloria, l’ingresso principale, affacciato su via Mallorca. Manca quasi tutto: l’apparato scultoreo, quattro torri e, soprattutto, una grande scalinata di accesso prevista da Gaudí nel progetto del 1915. Il problema è che quella scalinata, con la piazza monumentale che la accompagna, richiederebbe la demolizione di due isolati adiacenti.
Le stime sul numero di famiglie coinvolte sono variate nel tempo, e la cifra va presa con cautela: le ricostruzioni più recenti parlano di circa mille nuclei familiari, su due isolati interi. Il progetto prevede inoltre che il tratto di via Mallorca non venga chiuso al traffico, ma trasformato in un tunnel, sormontato da una piazza d’ingresso collegata alla scalinata. È un intervento di rigenerazione urbana di notevole impatto, e da decenni alimenta proteste e comitati di residenti.
La posizione del Comune si è fatta più netta con il sindaco Jaume Collboni, in carica dal 2023. La decisione finale spetta alla città. In caso di approvazione, i disagi e i trasferimenti dovranno essere ridotti al minimo, e tutte le spese, comprese quelle per gli alloggi dei residenti, dovranno gravare sulla fondazione che sovrintende ai lavori. Quali edifici saranno interessati e dove ricollocare le famiglie sono questioni che, secondo gli impegni assunti, dovranno essere definite entro le elezioni comunali del 2027.
Sul piano artistico il progetto della Facciata della Gloria è già delineato. Prevede circa cento figure che raccontano la storia dell’umanità, da Adamo ed Eva fino al Giudizio Universale, con la grande scalinata su via Mallorca a rappresentare simbolicamente il cammino dell’uomo verso Dio. Tra gli artisti selezionati per l’apparato decorativo figura anche Miquel Barceló, noto tra l’altro per le sue maioliche nella Cattedrale di Palma di Maiorca.
Che cosa significa “completa” per un edificio come questo
L’espressione usata per il traguardo del 2026 va letta con precisione tecnica. La basilica viene considerata completa in altezza, perché nessuna delle torri previste supererà quella di Gesù appena conclusa. Il profilo dell’edificio contro il cielo è dunque definitivo, e con esso la sagoma che Gaudí aveva immaginato.
I lavori, però, non si fermano. Gli interventi all’interno della torre centrale proseguiranno per tutto il 2027 e il 2028, e restano da completare il chiostro adiacente, la cappella dell’Assunzione, la seconda sacrestia e l’intera Facciata della Gloria. Le stime sui tempi totali oscillano, e la stessa fondazione le formula con prudenza: il presidente Esteve Camps ha indicato un orizzonte di circa dieci anni a partire dal 2027, salvo imprevisti e, soprattutto, salvo lo sblocco della questione urbanistica. Numeri di questo tipo, sulla Sagrada Família, non sono mai stati definitivi, e l’esperienza invita a considerarli indicativi.
Resta poi un aspetto che riguarda qualunque grande edificio di culto storico. Una fabbrica di queste dimensioni richiede cure continue: restauri di parti degradate dal tempo, indagini diagnostiche, manutenzioni dei rivestimenti e delle vetrate. Il cantiere, in forme diverse, accompagnerà la basilica anche dopo l’inaugurazione formale, esattamente come accade alle grandi cattedrali europee, che non smettono mai del tutto di essere “in costruzione”.
C’è un dettaglio che riassume bene la natura di questa impresa. Quasi l’intero finanziamento dei lavori dipende dalle visite, senza alcun contributo pubblico, tanto che durante la pandemia, con il crollo del turismo, il cantiere subì una battuta d’arresto di oltre un anno. Significa che ogni biglietto contribuisce in modo diretto alla costruzione, e che il completamento di un’opera lunga un secolo e mezzo continua a dipendere, oggi come ai tempi di Gaudí, dalla pazienza di chi la guarda crescere.
