Il 19 giugno 2026, in coincidenza con il Juneteenth, apre al pubblico a Chicago l’Obama Presidential Center, dopo oltre un decennio fra concorso, contenziosi urbanistici e cantiere. Il complesso si estende su 19,3 acri all’interno di Jackson Park, sul South Side, e fonde esposizioni museali, spazi civici, impianti sportivi e una filiale della Chicago Public Library. Per chi guarda all’opera dal punto di vista costruttivo, il dato più rilevante non riguarda i contenuti del museo, ma il modo in cui l’edificio è stato concepito e realizzato: un campus a vocazione tecnica, con un costo stimato attorno agli 850 milioni di dollari che ne fanno il centro presidenziale più oneroso mai costruito negli Stati Uniti. Il progetto architettonico porta la firma di Tod Williams Billie Tsien Architects (TWBTA), affiancata dallo studio locale Interactive Design Architects, con la regia di paesaggio di Michael Van Valkenburgh Associates.
La scelta tipologica condiziona ogni decisione strutturale e impiantistica successiva. Il Center è organizzato come un campus integrato con il paesaggio, articolato in una torre-museo, un edificio Forum e una biblioteca disposti attorno a una piazza pubblica; ciascun corpo è accessibile autonomamente a livello della piazza, ma tutti risultano connessi sottoterra. Questa logica di interramento ha imposto una piattaforma comune di fondazione e un livello tecnico continuo, dove corrono distribuzioni meccaniche, elettriche e idrauliche che servono edifici altrimenti separati in superficie. La superficie costruita complessiva si aggira sui 487.000 piedi quadrati secondo i dati delle imprese del calcestruzzo, di cui circa 276.000 piedi quadrati di edifici fuori terra distribuiti su quattro volumi principali.
Il vantaggio della soluzione interrata è duplice. Dal lato urbanistico consente di restituire suolo permeabile e verde al parco storico, riducendo l’impronta visibile dei volumi di servizio. Dal lato impiantistico permette di centralizzare i nodi tecnici e di proteggere le reti dalle escursioni termiche di Chicago, dove l’inverno rigido e l’estate umida rappresentano una sollecitazione costante per qualsiasi sistema di climatizzazione.
L’elemento riconoscibile del complesso è la Museum Tower, che ha raggiunto l’altezza finale di 225 piedi, pari a circa 69 metri. Il profilo è volutamente massiccio e quasi privo di finestre, in netto contrasto con la tradizione dei grattacieli vetrati di Chicago. La torre è rivestita in granito del New Hampshire e parte del suo apice è lavorata in lettere alte circa un metro e mezzo che compongono parole tratte dai discorsi di Barack Obama. La forma faccettata, che gli architetti hanno paragonato a quattro mani che si incontrano verticalmente in un abbraccio, nasce da un lungo processo di revisione: la prima versione del 2017 fu giudicata troppo pesante e venne abbandonata, lasciando spazio a un volume più alto e articolato.
Il granito non svolge qui una funzione meramente estetica. I pannelli, dalla texture marcata, coprono tutte e quattro le facciate della struttura, applicati su un’ossatura in calcestruzzo grigio che resta interamente nascosta. La lavorazione delle lettere all’apice trasforma la pietra in un diaframma: il traforo crea uno schermo per la Sky Room in sommità, ambiente pubblico aperto ai visitatori, mentre alcuni elementi incassati della facciata possono essere retroilluminati di notte. La frase scelta, che inizia con le parole “You Are America” tratte dal discorso del 2015 per il cinquantenario delle marce di Selma, è incisa nella pietra in modo da far filtrare la luce naturale verso gli interni, così che dalla Sky Room il panorama urbano venga letto attraverso il testo stesso, secondo la documentazione progettuale diffusa dalla Obama Foundation.
Sul fronte nord della torre è collocata un’opera vetraria di rilievo tecnico. L’installazione “Uprising of the Sun” dell’artista Julie Mehretu si compone di 35 pannelli e misura 83 piedi per 25, circa 25 metri per 7,6, ed è rivolta verso il Museum of Science and Industry e Hyde Park. La sua integrazione richiede un sistema di supporto puntuale capace di assorbire le dilatazioni termiche del vetro senza trasmettere sforzi alla muratura lapidea circostante.
La torre poggia su un sistema di fondazioni profonde. La perforazione dei primi caisson, i pali trivellati che sostengono l’autorimessa interrata, ha aperto le lavorazioni alla fine del 2021, seguita da una fase di scavo di massa e di sostegno delle terre. Un perimetro metallico attorno al livello sotterraneo dei corpi principali e del parcheggio è stato concepito per impedire l’infiltrazione dell’acqua. L’autorimessa si sviluppa su due livelli interrati, completati prima del fusto della torre.
La carpenteria della Museum Tower è interamente in calcestruzzo gettato in opera. Il conglomerato veniva pompato dal basso attraverso macchinari speciali visibili in sommità, con i nuclei di ascensori e scale a fare da elemento irrigidente principale. La fornitura del calcestruzzo strutturale per torre-museo, edificio Forum, piazza, biblioteca e autorimessa è stata affidata alla joint venture Concrete Collective, di cui si dirà più avanti. Le operazioni di calcestruzzo si sono concluse nel 2024, prima del completamento del rivestimento lapideo e della Sky Room.
La parte impiantistica è il vero terreno di sperimentazione del progetto. L’intero campus rinuncia alla combustione di fonti fossili nell’esercizio quotidiano. Il complesso, tutto elettrico, distribuito su quattro edifici per circa 276.000 piedi quadrati, sorge su un sistema di pompe di calore geotermiche che sfrutta la temperatura costante del terreno per regolare riscaldamento e raffrescamento; anche durante gli inverni rigidi e le estati umide di Chicago, opera senza combustibili fossili. La torre rappresenta un caso raro, nella regione, di edificio di grandi dimensioni in grado di funzionare unicamente con energia elettrica.
Il dimensionamento dei pozzi geotermici è stato fra le prime grandi lavorazioni di cantiere, con la posa dei condotti laterali che collegano i fori in un’unica rete di scambio termico con il sottosuolo. Il progetto punta alle certificazioni LEED Platinum, SITES Silver e Zero Energy dell’International Living Future Institute per tutti gli edifici e le strutture, e un elemento chiave del raggiungimento di questi obiettivi è proprio il sistema a pompa di calore geotermica con energia interamente proveniente da pannelli fotovoltaici off-site alimentati senza combustione fossile. Una parte della produzione solare è collocata in sito: i pannelli sono installati sulla copertura del Garden Pavilion e del Home Court.
La logica geotermica si estende anche all’edificio sportivo. Il Home Court, spazio multifunzionale di circa 45.000 piedi quadrati, è progettato in linea con gli obiettivi di sostenibilità della Fondazione e verrà riscaldato e raffrescato principalmente attraverso l’energia geotermica. Il ricorso al terreno come serbatoio termico riduce drasticamente le emissioni associate alla climatizzazione, una voce che in edifici museali, soggetti a controllo rigoroso di temperatura e umidità per la conservazione, pesa in modo significativo sui consumi.
Le certificazioni perseguite delineano un profilo prestazionale ambizioso. Tutti gli edifici e le strutture sono destinati a ottenere LEED v4 Platinum, SITES Silver, Zero Energy e la certificazione International WELL Health-Safety; il pacchetto WELL si traduce in soluzioni concrete come sistemi d’ingresso e filtri ad alta efficienza per catturare i contaminanti aerodispersi, oltre a comfort termico, controllo individuale dell’illuminazione e riduzione del rumore. L’uso di prodotti da costruzione a basse emissioni e di pratiche di pulizia ecologica completa la strategia sugli ambienti interni.
Sul fronte energetico complessivo l’obiettivo dichiarato è il bilancio attivo. All’apertura, il Center dovrebbe generare più energia di quanta ne consumi, equilibrare riscaldamento e raffrescamento attraverso la rete sotterranea di pozzi geotermici, riutilizzare o riciclare quasi tutta l’acqua piovana che vi cade, e fondere gran parte della propria impronta costruita nel sito di Jackson Park al punto da produrre un incremento netto di superficie a parco. La gestione delle acque meteoriche assume così una doppia funzione: prestazione dell’edificio e beneficio idraulico per la città, dato che il sistema contribuisce alla regimazione delle acque a scala urbana.
L’impianto sportivo, denominato Home Court, è stato realizzato con una tecnologia costruttiva diversa rispetto alla torre. Sul lato sud del sito sono stati gettati le pareti di fondazione in calcestruzzo e il nucleo ascensori meridionale, completata la soletta di pavimento, mentre il telaio in acciaio strutturale cominciava ad assemblarsi. Il Home Court ha poi raggiunto il topping out, ossia il completamento dello scheletro in acciaio. La combinazione di ossatura metallica e ampie superfici vetrate distingue questo volume dal blocco lapideo del museo: l’installazione del vetro esterno ha interessato in sequenza le facciate est, nord e ovest, dove troveranno posto aree di seduta e sale per i programmi. Il progetto dell’edificio è dello studio Moody Nolan, e ospita una palestra di dimensioni regolamentari oltre a studi per il benessere.
Sulla copertura della biblioteca è stato realizzato il padiglione dell’orto. Sul tetto della Library i lavoratori hanno gettato le pareti in calcestruzzo e la copertura del Fruit & Vegetable Garden Pavilion, che include una cucina didattica e servizi igienici pubblici. La scelta di portare il verde produttivo in quota, accanto ai pannelli solari, riprende l’orto della Casa Bianca e al tempo stesso ottimizza l’uso delle coperture come superfici attive, fra raccolta solare e coltivazione.
La gestione del cantiere ha avuto come construction manager Lakeside Alliance, mentre la realizzazione delle strutture in calcestruzzo è stata affidata a una formula societaria pensata per produrre ricadute sul territorio. Concrete Collective è una joint venture a guida minoritaria al 51%, formata da W.E. O’Neil insieme a II in One Contractors e Trice Construction Company, con l’obiettivo dichiarato di massimizzare l’occupazione diversificata sull’opera. Questa impostazione, formalizzata sin dalle prime fasi, ha fatto del Center un banco di prova per le politiche di inclusione applicate al settore delle costruzioni in area metropolitana.
La cronologia di cantiere mostra una sequenza piuttosto lineare per un’opera di questa complessità. La cerimonia di posa della prima pietra si è tenuta nel settembre 2021, alla presenza dell’allora sindaca Lori Lightfoot e del governatore J. B. Pritzker insieme ai coniugi Obama. Sono seguiti lo scavo di massa nel 2022, le operazioni di calcestruzzo fino al 2024, il completamento del rivestimento in granito e del telaio in acciaio del Home Court fra fine 2024 e inizio 2025, e infine gli allestimenti interni con la Sky Room e la replica dell’Ufficio Ovale. L’apertura del 19 giugno 2026 chiude un percorso avviato anni prima con la selezione dello studio progettista.
Il dato economico merita una lettura tecnica. Con un costo stimato di 850 milioni di dollari, si tratta della biblioteca presidenziale più costosa mai costruita, e del primo centro presidenziale interamente digitale, non gestito dai National Archives. La cifra riflette la somma di tre fattori che si rinforzano a vicenda: un rivestimento lapideo lavorato su misura, un’impiantistica geotermica e fotovoltaica dimensionata per un bilancio energetico attivo, e una piattaforma interrata che connette edifici autonomi. Ognuno di questi elementi, preso singolarmente, comporta un sovraccosto rispetto a soluzioni convenzionali; la loro combinazione spiega l’ordine di grandezza dell’investimento.
L’interesse dell’opera per chi progetta e costruisce risiede nella sua natura dimostrativa. L’intenzione esplicita della committenza è informare i visitatori e offrire ad altri musei un progetto di riferimento, una dimostrazione concreta di soluzioni già realizzate a cui poter guardare. La torre lapidea quasi cieca, alimentata a sola elettricità, e la rete geotermica al servizio di un campus museale rappresentano scelte replicabili in contesti climatici severi. Resta il nodo del costo, che colloca questo modello fuori dalla portata della maggior parte delle committenze pubbliche, ma il valore tecnico delle singole soluzioni, dalla gestione delle acque al rivestimento traforato che diventa diaframma di luce, può essere trasferito a scale e budget diversi.
Per Chicago il risultato più tangibile sarà misurabile sul terreno: grazie all’interramento dei volumi di servizio, l’operazione produce un incremento netto di superficie a parco rispetto allo stato precedente di Jackson Park. Un edificio che, per restituire suolo alla città, sceglie di scomparire in buona parte sotto il livello del verde, lasciando emergere soltanto il monolite di granito come riferimento visivo a scala urbana.
Meta title: Obama Presidential Center: granito, geotermia e ingegneria del campus
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