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Danubio ai minimi ha riportato in superficie le basi del ponte di Costantino
Danubio ai minimi ha riportato in superficie le basi del ponte di Costantino
Il ponte di Costantino a Oescus torna misurabile: rilievi, misure e ipotesi sulla fine.
Il livello del Danubio nel settore bulgaro è rimasto per settimane sotto la quota zero convenzionale, e all'altezza di Gigen, nella provincia di Pleven, l'acqua si è ritirata quanto bastava per lasciare in vista ciò che di norma resta sommerso: le basi delle pile del ponte che Costantino I fece gettare fra la città romana di Ulpia Oescus e la fortezza di Sucidava, sulla sponda oggi romena. Una squadra del Museo Storico Regionale di Pleven ha effettuato il rilievo il 4 agosto 2026, riprendendo le strutture anche con drone, e ha diffuso il materiale attraverso i propri canali. «La natura ci ha dato questa possibilità», hanno commentato dal museo, riferendosi all'occasione di documentare un bene altrimenti inaccessibile.
Le immagini sono state distribuite come handout il 6 agosto, con credito a Pavel Popov e Martin Milev, e la notizia è stata ripresa lo stesso giorno dalla stampa bulgara (BNT, bTV) e poi da Reuters. Al di là della fotografia suggestiva, l'episodio riguarda un manufatto che gli archeologi conoscono da un secolo e mezzo e che continuano a studiare quasi esclusivamente nei periodi di magra.
Quanto è basso il Danubio nell'agosto 2026
I dati dell'Agenzia esecutiva bulgara per l'esplorazione e la manutenzione del fiume Danubio descrivono una situazione di stoezh negativo a tutte le stazioni idrometriche principali. Al 4 agosto l'idrometro di Ruse segnava meno 94 centimetri; il 6 agosto era scivolato a meno 101, il 10 agosto a meno 111. Nella stessa giornata Oryahovo registrava meno 97, Silistra meno 94, Novo Selo meno 72, Svishtov meno 55 e Nikopol meno 8.
Va detto che questi valori non sono direttamente confrontabili fra loro: ogni stazione ha una propria quota zero convenzionale, quindi il meno 8 di Nikopol non descrive un fiume in condizioni migliori di quello di Ruse, ma un riferimento locale diverso. Gigen si trova fra i comparti idrometrici di Oryahovo, Baikal e Nikopol, e la lettura utile per il sito è quella intermedia fra questi.
Il quadro operativo resta pesante. I livelli si mantengono ben sotto il livello basso di navigazione e regolazione fissato dalla Commissione del Danubio, con limiti al pescaggio delle imbarcazioni lungo tutto il corso e restrizioni sulla larghezza del canale navigabile in alcuni tratti critici. Diversi vettori hanno sospeso spontaneamente le corse, perché trasportare a capacità ridotta non regge economicamente, e nelle scorse settimane decine di natanti sono rimasti in attesa nel settore bulgaro. La stessa magra ha restituito altri materiali lungo il fiume, dai resti di mammut nel Ruse a una mandibola equina consegnata al museo cittadino.
Perché Costantino sceglie proprio Oescus e Sucidava
La testimonianza più antica sul ponte arriva da Sesto Aurelio Vittore, che nel Liber de Caesaribus (41.18) annota in poche parole l'opera: Pons per Danuvium ductus; castra castellaque pluribus locis commode posita. Un secolo dopo lo Pseudo Aurelio Vittore ripete la notizia in forma ancora più asciutta nell'Epitome de Caesaribus (XLI.13). La data dell'inaugurazione si ricava per via indiretta: una legge conservata nel Codex Theodosianus (6.35.5) risulta firmata dall'imperatore a Yscum, forma corrotta di Oescus, nei primi giorni di luglio del 328, il che colloca la cerimonia al 5 luglio 328. Cronografi tardi come il Chronicon Paschale e Teofane Confessore riprenderanno la notizia parlando di un ponte di pietra costruito sul fiume.
La scelta del punto di attraversamento risponde a una logica militare precisa, come ricostruisce lo studio firmato da Ioan Carol Opriș e colleghi su Cercetări Arheologice nel 2022. Il piede meridionale del ponte si trovava a poco più di 3 chilometri dalla Colonia Ulpia Oescensium e dal comando della legio V Macedonica, e a distanza ancora minore dalla foce dell'Iskar: risalendo quella valle si raggiungeva il miglior passaggio verso i Balcani. Una posizione alla foce dell'Olt, a Islaz, avrebbe garantito il collegamento diretto con il limes Alutanus, ma non offriva lo stesso appoggio logistico.
Sulla sponda sinistra il ponte era protetto dal castello di Sucidava, circa 1,4 ettari, dove la Notitia Dignitatum (XLII, 39) attesta un praefectus legionis V Macedonicae. Nella stessa stagione costruttiva venne rifatta la strada verso Romula, visibile sul terreno per 17,5 chilometri senza interruzioni, e a 1.479 metri dal portale nord (un miglio romano) fu piantata una colonna miliaria in calcare di Vrața datata al 328, con i nomi di Costantino e dei due Cesari Costantino II e Costanzo II. Si tratta del miliario più tardo conosciuto in Dacia a nord del Danubio.
Come era costruito: pile, avambecchi, cassoni
Le pile in alveo
Le misure più affidabili sulle pile risalgono a una campagna dell'ottobre 1933, quando Dumitru Tudor collaborò con l'ingegnere C. Voiosu della Divisione di dragaggio di Giurgiu e con il Servizio Idraulico Romeno, impiegando palombari professionisti. Quella indagine individuò soltanto tre pile murarie, raggruppate verso il centro dell'alveo a una profondità fra 2,20 e 2,60 metri rispetto allo zero idrometrico, distanti 165 metri l'una dall'altra a nord e 130 a sud.
La larghezza standard delle pile risultò di 19 metri, identica a quella del ponte di Traiano a Drobeta, con lunghezza fino a 26 metri nella forma deteriorata; valutazioni successive parlano di 33 e 34 metri di lunghezza per 18 e 19 di larghezza. Erano dotate di avambecco a monte e controbecco a valle, e rivestite con paramento di pietra massiccia. Un blocco conservato per un certo periodo al cantiere navale di Giurgiu misurava 0,90 per 0,65 per 0,55 metri. I blocchi erano tenuti insieme da grappe di bronzo.
Il modello tecnico veniva da Drobeta, cioè dal ponte di Apollodoro di Damasco, e con esso la tecnica dei cassoni per la costruzione subacquea delle fondazioni. Lo studio del 2022 avanza l'ipotesi, non dimostrabile, che il progettista possa essere quel Theophilus Patricius che Giovanni Tzetzes nel XII secolo cita a proposito dei cassoni (κιβώτιον) usati da Apollodoro.
Il portale nord di Sucidava
Lo scavo del 1968 coordinato da Tudor rimise in luce una piattaforma di fondazione in opus incertum, pietra spaccata legata con malta di calce, lunga 14,50 metri e larga 7,00, con fondazione che scendeva oltre 1,50 metri; il cantiere si fermò a quella quota per l'irrompere delle sorgenti. Sul lato sudovest, verso monte, è stato riconosciuto un avambecco, assente sul lato opposto: un dettaglio che dice quanto contasse, all'epoca della costruzione, il braccio secondario del Danubio verso la riva romena.
I due piedi laterali di sostegno misuravano 3,95 per 3,15 metri a est e 3,75 per 2,95 a ovest, con un interasse di 5,70 metri. È il dato che permette di stimare la luce della porta del ponte e, per estensione, la larghezza del tavoliere, sensibilmente inferiore a quella calcolata per Drobeta (fra 10,40 e 14,55 metri). Le sette monete di bronzo recuperate nel 1968 appartengono esclusivamente all'epoca costantiniana, da Costante a Giuliano Cesare, cioè al periodo in cui il ponte era certamente in funzione.
Una struttura mista di legno e pietra
La ricostruzione accettata prevede pile murarie nell'alveo e pali di legno nella golena, dove la portanza richiesta era minore e il fiume interveniva solo durante le piene. Il tavoliere correva a circa 14,077 metri sopra il livello dell'acqua e a 19,877 sopra il fondo del fiume, mentre sulla golena fra il Danubio e il portale nord restava attorno ai 10 metri di quota. La profondità massima misurata a Sucidava è di 5,80 metri, contro gli 8 di Drobeta.
Il fondo del fiume è alluvionale quasi per intero, con un'eccezione verso la sponda bulgara: per circa 130 metri è formato da roccia, terminazione della piattaforma balcanica, e in quel tratto non era possibile infiggere pali.
La questione della lunghezza, e perché va maneggiata con cura
La cifra che circola nelle riprese giornalistiche, oltre 2 chilometri, viene da un calcolo preciso: secondo Tudor il ponte fra Oescus e Sucidava misurava 2.437 metri, di cui 1.137 sopra il fiume e il resto attraverso la golena inondabile fino a Sucidava. Per confronto, il ponte di Traiano a Drobeta arrivava a 1.134,90 metri. La distanza coperta è dunque l'unico aspetto in cui l'opera costantiniana supera il suo modello, che per il resto la sovrasta in luci, altezza e larghezza del tavoliere.
Lo studio del 2022 riporta il dato di Tudor ma lo accompagna con un avvertimento igienico: le sponde si sono spostate. Al chilometro fluviale 634+500 il Danubio raggiunge oggi una larghezza di 1.240 metri, circa 100 in più rispetto alle misurazioni di mezzo secolo prima. Qualunque cifra complessiva descrive quindi una geometria che non esiste più nella forma rilevata, e va attribuita alla fonte che l'ha prodotta invece di essere presentata come misura attuale.
Sonar e magnetometria: cosa hanno aggiunto le indagini non invasive
Il 19 maggio 2017, fra i chilometri fluviali 629 e 637, la società Marine Research ha condotto misurazioni batimetriche nell'ambito del progetto FAST DANUBE, dedicato al miglioramento delle condizioni di navigazione sul settore comune romeno bulgaro. La strumentazione comprendeva un sonar multibeam Kongsberg GeoSwath Plus a 250 kHz e un sistema di posizionamento Applanix WaveMaster. Il rilievo, nato per scopi idrografici, ha individuato 27 possibili tracce di pile distribuite su un tracciato lineare di 820 metri, con interasse medio di circa 30 metri. La distribuzione si interrompe a circa 300 metri dalla sponda destra, il che si accorda con l'osservazione di Tudor sul fondo roccioso.
Il salto rispetto al passato è netto: dalle tre pile del 1933, e dalle sette "vâltori" che i pescatori di Celei descrivevano a Grigore Tocilescu alla fine dell'Ottocento, si passa a ventisette anomalie mappate in un solo pomeriggio di navigazione.
Fra il 18 e il 20 ottobre 2022 l'indagine è proseguita a terra, nella golena a sud della fortezza, con metodo geomagnetico: uno strumento Sensys DLM 98 a tre sensori fluxgate montati su carrello non magnetico, risoluzione 0,10 per 1,00 metri, per una superficie complessiva di circa 2,2 ettari. La mappa risultante mostra sette anomalie allineate su circa 210 metri fra il portale nord e le pile individuate in alveo, di forma ovale e diametro attorno ai 10 metri, con l'interasse identico a quello misurato nel fiume.
Il dettaglio più interessante riguarda l'intensità del segnale, che decresce da nord verso sud, dai 30 nT circa dell'anomalia più settentrionale a meno di 5 nT di contrasto per quella più meridionale. Gli autori leggono il gradiente come una scala di conservazione: i pali più vicini al corso attuale hanno sofferto più a lungo l'azione del fiume. La forma e le dimensioni delle impronte, del resto, non corrispondono necessariamente ai pali, perché includono anche il materiale disperso nello smantellamento delle strutture.
Quarant'anni di vita: le ipotesi sulla fine
Il ponte ebbe una carriera breve. La ricostruzione più diffusa colloca la distruzione attorno al 367, che significa una vita utile di circa quattro decenni; altre ipotesi indicano il 355 e un'incursione barbarica, oppure la sovrastruttura lignea incendiata dai Romani stessi per negarne l'uso.
Gli argomenti a favore di una fine precoce sono di tipo negativo, e per questo vanno pesati con prudenza. Quando fra il 367 e il 369 Valente conduce la sua guerra gotica, il ponte semplicemente non compare nelle fonti che raccontano le operazioni. Ammiano Marcellino descrive il passaggio del 376, con visigoti e ostrogoti che attraversano il fiume in fuga dagli Unni e un gran numero di annegati, senza mai menzionare un attraversamento in muratura a disposizione. Lo stesso silenzio si ritrova due secoli dopo in Procopio di Cesarea. Sul terreno, le monete dell'insediamento civile e della necropoli nord di Sucidava non superano il 361, e la porta occidentale del castello viene murata negli anni fra il 364 e il 366, durante l'usurpazione di Procopio.
La fortezza, invece, sopravvive al ponte di oltre due secoli: rifatta da Giustiniano come Sycibida, resta rifornita e presidiata fino agli ultimi anni di Maurizio Tiberio, quando la documentazione numismatica si interrompe.
Il "ponte di rame" e la lunga storia delle acque basse
Sulle due rive del Danubio la memoria locale ha conservato il manufatto con un nome sbagliato e un'origine sbagliata: podul de aramă, il ponte di rame, attribuito a Traiano invece che a Costantino. L'errore ha una radice materiale documentata. L'ingegnere Alexandru Popovici annotava che a Celei era stata recuperata dal fiume, con la fiocina durante la pesca, una grappa metallica lunga circa 90 centimetri, a quattro spigoli, con le estremità ripiegate per tenere insieme le pietre. Da un pezzo di bronzo pescato per caso è nata la convinzione che le pile fossero fuse in metallo.
L'attribuzione a Traiano viene invece dalla cartografia: la carta della Valacchia dello stolnic Constantin Cantacuzino e poi il volume di Anton Maria Del Chiaro, Istoria delle moderne rivoluzioni della Valachia (Venezia, 1718), che segna il punto fra Igigen e Cilei con la dicitura "Sito où era il ponte già fatto da Traiano". La correzione arriverà solo con l'archeologia del Novecento.
Quanto alle acque basse, sono lo strumento di ricerca principale di questo sito da almeno un secolo e mezzo. Felix Kanitz, che raccolse informazioni fra il 1860 e il 1879, riferiva sia dagli abitanti di Ghighen sia dai piloti della compagnia di navigazione a vapore di Vienna che negli anni siccitosi le pile diventavano visibili a intervalli regolari, e con il minimo assoluto sporgevano di uno o due metri sopra la superficie. Nell'autunno del 1893 Tocilescu approfittò della magra per farsi portare in barca fino al centro del fiume: agganciò con le corde una pila, trovò grandi pietre a 2,85 metri di profondità e misurò un elemento di 10 metri per 6, senza riuscire a raggiungere il fondo con un'asta da sondaggio di 6 metri.
Il confronto fra quelle descrizioni e le fotografie del 2026 misura una perdita. Nel luglio 1869 Cezar Bolliac segnalava una pila in buono stato di conservazione sul canale navigabile, contro la quale si erano scontrati più battelli, uno dei quali affondato accanto. Oggi, con il fiume a livelli eccezionalmente bassi, dell'opera affiorano basi e non pile: la distruzione accelerata è avvenuta in epoca moderna, e il traffico fluviale intensificato ne è stato la causa principale, proprio nei periodi di magra in cui gli scafi passavano più vicino alle strutture. Il gruppo che ha firmato lo studio del 2022 si è proposto di tornare con sonar a più alta risoluzione e scansione side scan per costruire un modello di degrado a partire dall'erosione attorno alle pile e dai colpi ricevuti, oltre a prelevare campioni di materiale in situ. Il ponte, in altre parole, è ancora un cantiere aperto, e ogni estate secca è insieme un'occasione di rilievo e un altro giro di usura.
Immagine di copertina: ricostruzione di un antico ponte romano sul basso Danubio. Foto: Rapsak, CC BY-SA 2.0